Voglia di dire e scrivere
Anche oggi ho voglia di dire qualcosa e allora scrivo. Si perché quando scrivo non è perché ho voglia di scrivere ma perché, ho voglia di dire qualcosa. Scrivo di argomenti difficili da scrivere e da descrivere ma cerco in questo modo di renderlo più facile da comprendere, non tanto a chi legge ma a me lettore che legge se stesso, e rileggendomi, forse, ne avrò più chiara l'immagine. E allora...? provo un certo senso di inferiorità, nel primo punto che ho descritto, poiché la difficoltà è insita nel fatto che ho poca esperienza con il linguaggio nei confronti del mio prossimo, me medesimo. Essendo il mio parlare e scrivere fondamentalmente e giornalmente verso persone giuridiche e società che fanno parte del mio circolo lavorativo, dove lettere, email e fax si intrecciano con vocaboli commerciali, che poco hanno a che fare con quel che voglio scrivere, anche se letti in un'altro contesto, sono di dubbio e opposto significato. Ma la verità sapete qual è? È che quando mi connetto con il mio io, all'improvviso mi sfugge quell'immediatezza che chi ha fatto il liceo classico ha insito nel proprio. Non curante del potere disinibito che hanno appunto le parole diafane, perspicaci e forbite. Mi duole ammetterlo ma questa inferiorità che opprime il mio stato, è fuorviante e alla fine getto penna e calamaio e ricomincio a leggermi cercando di intravederne la semplice via. Semplice poiché essa è discriminatamene semplice. Nei confronti di chi? Mi chiedo. Ma di me stesso, naturalmente.
Ma come la virtù che una volta raggiunta piena e completa, si volge al possessore e nulla richiede, così io una volta scelta la via, finalmente, soddisfo il mio essere e la percorro senza null'altro aggiungere.
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