la porta o il portone

non comprendo ma mi adeguo!
Sento: adesso muoio e l’inferno è, essere qui, dentro ma fuori, uguale per sempre
Mi siedo infondo alla sala, nascosto per proteggermi dall’impatto. Ho imparato cosa non posso chiedere a me stesso. Cerco di prendere mentalmente nota a come relazionarmi con queste persone nel dibattito pubblico. Il pensiero come via di fuga dal malessere. Quando tutto sta per finire e la sala sta per svuotarsi, il moderatore indelicato annuncia la mia presenza, cerco di scivolare via ma…mi trattengono. Questa è la prova di come una persona intelligente possa commettere  in buona fede una violenza psicologica per una sorta di frainteso ardore missionario. Complice una superficialità diffusa nella mentalità italiana, che tende spesso a consegnare il destino di una via d’uscita, agli anni di una giovinezza sfrontata, alla riconciliazione tra vittime e carnefici. Spingendo in prima linea i soggetti più devastati, per non farsi carico di un processo di elaborazione culturale lungo e complesso.
Non voglio stringere la mano di chi impugnò quel manganello.
Chiamano a loro difesa il silenzio tenuto negli anni. Sento che vuole aggrapparsi a me come se potessi riscattarli e mi trascinano infondo al vuoto.
Niente poteva preparami alla deflagrazione silenziosa di due buchi neri. Vorrei trovare le parole per arginare la loro sofferenza, per spiegare la mia reazione. Non posso farmene carico. Andiamo in strada e accanto al duomo mentre alcuni si accendono una sigaretta, trovo le parole per staccarmene. Barcollo nel rumore del traffico. Vomito in un cestino di rifiuti, la gente si scansa. Sono tornato indietro nel tempo, il nulla alle mie spalle, il vuoto.
Sento: adesso muoio e l’inferno è, essere qui, dentro ma fuori, uguale per sempre.
Sarebbe stato più facile odiare, arrabbiarmi, insultarli, invece di essere stato divorato dal senso di morte, dalla percezione dell’assurdo dalla pietà, che non trova risorse da drenare. Ho conosciuto la devastazione della rabbia nel racconto spezzato di altri orfani, fratelli acquisiti. Le vie del dolore sono diverse tutte egualmente distruttive. Non si può stabilire una graduatoria. Quello che provo non ha forma ne parole. Per quanto cocente il loro pentimento, io non ho le forze per perdonare.
Si voglio che vivano, che vadano avanti ma non possono chiedermi le risorse per farlo.
Ho diritto di non perdonare.
Una moltitudine schiacciata fra la distruzione della violenza e l’auto distruzione dell’eroina. Le emozioni violente non sono coerenti. L’ho sperimentato, intrappolato fra il peso insostenibile scaricatomi addosso dalla sofferenza, dal senso di fallimento di quelli lì e l’immagine urticante dell’esistenza agiata dell’altro che ha osato ferirmi.

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