I. Del tutto all’inizio ci troviamo, lo vedi. Come prima di ogni cosa. Con mille e un sogno dietro di noi senza opere.
II. Non posso pensare che non vi sia nessuna conoscenza più sacra di
questa: è necessario diventare un principiante. Uno di quelli che scrive
la sua prima parola dietro un trattino lungo secoli.
III. Mi
rendo conto nel fare queste osservazioni che noi dipingiamo ancora gli
uomini su uno sfondo dorato, come facevano i primitivi. Costoro si
trovavano di fronte a uno sfondo indefinito. A volte dorato, altre
grigio. A volte nella luce, ma spesso dietro di loro vi è un’oscurità
impenetrabile.
IV. Comprendiamo
allora che per comprendere gli uomini bisogna isolarli. Ma alla luce di
una lunga esperienza è comprensibile che si mettano in relazione tra
loro le singole osservazioni e si accompagnino con sguardo maturo i
gesti più ampi.
V. Paragona
un quadro verde e dorato del Trecento con una delle numerose
composizioni più tarde dei maestri italiani, in cui i personaggi si
riuniscono per una Santa Conversazione di fronte ad un paesaggio
luminoso nella splendente atmosfera umbra. Lo sfondo dorato isola
ciascuno di loro, il paesaggio brilla sullo sfondo come un’anima comune
da cui essi prendono il loro sorriso e il loro amore.
VI. E
poi pensa alla stessa vita. Ricorda che gli uomini fanno gesti pomposi
e pronunciano parole incredibilmente grandi. Se per un istante soltanto
fossero quieti e ricchi come gli splendidi Santi di Marco Basaiti,
allora ritroveresti anche dietro di loro un paesaggio comune.
VII.
E vi sono poi anche degli istanti in cui un uomo risalta sullo sfondo
in modo chiaro e silenzioso per il suo splendore. Sono le rare occasioni
di festa che non puoi mai dimenticare. Tu continui ad amare quest’uomo e
perciò ti sforzi di rappresentare con le tue mani i tratti della sua
personalità così come li hai conosciuti in quell’ora.
VIII. L’arte
si comporta nello stesso modo. Essa è l’amore più grande e smisurato
che vi possa essere. È l’amore di Dio. Essa non può fermarsi al singolo,
che non è il portone d’ingresso della vita. Deve vagare. Deve
oltrepassarlo. Non deve mai stancarsi. Per realizzarsi deve operare
laddove tutti sono Uno. E quando essa porta in dono quest’Uno, su tutti scende una ricchezza infinita.
IX. Come
essa sia lontana da ciò, è possibile vederlo sul palcoscenico, dove
essa dice, o vorrebbe dire, come considera la vita, non quella del
singolo nella sua quiete ideale, ma piuttosto quella del movimento e dei
rapporti tra più persone. Ne risulta che essa pone gli uomini gli uni
accanto agli altri, così come succedeva nel Trecento e lascia che siano
loro stessi a stringere amicizie gli uni con gli altri su uno sfondo
dorato o su uno grigio.
X. Ed
è proprio quello che succede. Essi cercano di raggiungersi con parole e
gesti. Quasi si slogano le braccia perché i loro gesti sono troppo
corti. Fanno sforzi infiniti per proferire sillabe che giungano all'altro Sono come giocatori maldestri che non sanno afferrare la
palla così il tempo passa in inchini e vani tentativi, proprio come
nella vita.
XI. E
l’arte non ha fatto altro che mostrarci il caos in cui il più delle
volte ci troviamo. Ci ha intimorito invece di renderci silenziosi e
quieti. Ha dimostrato che ciascuno di noi vive su una sua isola, ma le
isole non sono sufficientemente lontane per farci stare soli e
spensierati. Uno può distruggere l’altro, spaventarlo o inseguirlo con
il giavellotto, ma nessuno può aiutarlo.
XII. Per
passare di isola in isola vi è soltanto una possibilità: compiere salti
pericolosi in cui non solo i piedi sono messi in pericolo. Ne nasce un
eterno saltellare di qua e di là in modo casuale e ridicolo; succede
infatti che due saltino alternativamente così da incontrarsi soltanto in
aria e dopo questo faticoso scambio si ritrovano nuovamente lontani
l’uno dall'altro come all'inizio.
XIII. Di ciò non ci si deve continuare a stupire, poiché in realtà i ponti su cui si passa gioiosi e in festa non sono in
noi., ma dietro di noi, come nei paesaggi di Fra’ Bartolomeo e di
Leonardo. Succede così che la vita si inasprisce nelle singole
personalità. Per andare di cima in cima tuttavia il sentiero passa
attraverso valli più ampie.
XIX Ricordati degli uomini che ti sei trovato accanto senza che vi fosse tra loro un’ora comune. Per esempio parenti che si incontrarono nella camera mortuaria di una persona che hanno veramente amato. L’uno vive in un ricordo, l’altro in un altro, più profondo. Le loro parole scorrono vicine senza che essi sappiano nulla l’uno dell’altro. Le loro mani nella confusione iniziale non si incontrano, finché il dolore dietro di loro si fa ampio. Si siedono, chinano la nuca e stanno in silenzio. Sopra di loro il fruscio di un bosco. E si ritrovano vicini, come mai prima di allora.
XX. Altrimenti, quando un dolore profondo ammutolisce di colpo gli uomini, vi è uno che sente più di un altro la possente melodia di sottofondo. Molti non la sentono più. Sono come alberi che hanno dimenticato le loro radici e che ora credono che il fruscio dei loro rami sia la loro forza e la loro vita. Molti non hanno tempo di ascoltarla. Non ne sopportano la presenza. Sono dei poveri senza patria che hanno perduto il senso dell’esistenza. Schiacciano i tasti dei giorni e suonano sempre la stessa monotona nota perduta.
XXI. Se vogliamo essere iniziati alla vita dobbiamo riflettere su queste due cose: sulla grande melodia, a cui partecipano le cose e le essenze, i sentimenti e le cose passate, i crepuscoli e le nostalgie, e poi: le voci, quella dell’ora in questione e quella di un gruppo di uomini che la vivono.
XXII. A questo scopo è necessario avere conosciuto entrambi gli elementi della melodia della vita nelle loro forme primitive; bisogna estrarre dal mugghio tumultuoso del mare il ritmo dell’infrangersi dell’onda e avere liberato dal groviglio del discorso quotidiano la linea vitale, che sostiene le altre. Bisogna tenere i colori puri gli uni accanto agli altri per conoscere i loro contrasti e le loro affinità. Bisogna avere scordato il molto a favore di ciò che più importa.
XXIII. Due uomini che sono ugualmente silenziosi non devono parlare della melodia delle loro ore. Questa si trova vicino a loro e li accomuna. Come un altare in fiamme si trova fra loro ed essi nutrono la sacra fiamma in modo fecondo con le loro parole. Se io trasferisco questi due uomini dalla loro natura priva di volontà al palco mi si rivela allora che mostrerò due amanti e spiegherò per quale ragione siano beati. Ma sulla scena l’altare è invisibile e nessuno sa spiegare i gesti strani di quei martiri.
..........................
XXVIII. Questa
giustizia nei confronti dell’ampio canto di sottofondo resta assicurata
se lo si fa valere nella sua totalità, cosa che sembra impossibile sia
rispetto agli strumenti del nostro teatro che all'idea della folla
diffidente. L’equilibrio può essere raggiunto solo grazie a una rigida
stilizzazione. Solo cioè quando la melodia dell’infinitezza suona gli
stessi tasti su cui si posano le mani della trama, vale a dire se ciò
che è grande e senza parole giunge ad accordarsi con le parole.
(tratto da: “Tutti gli Scritti sulla Letteratura e sull'Arte, di Rainer Maria Rilke)
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