Ricordo che non mi serviva supplicare i miei per fare un giro in motorino con l'amico. Non mi ritrovavo montagne di compiti da sbrigare nel weekend e vodka che straripava dai bicchieri del solito bar.
Quei ricordi dell'adolescenza sono diventati sfumati, mi sento sempre più trasposto verso l'infinito, con spazio solo per impegni, progetti e responsabilità.
La routine è diventata sempre più monotona, il lavoro pesante e gli impegni sempre più inderogabili. Oggi il cielo sembra davvero avere dei limiti e i social network strumenti di lavoro.
Tutte le cene con i parenti sono asfissianti, le giornate al mare stancanti e l'unica preoccupazione è cosa cucinare per cena.
Il fisico non è più un vincolo e l'ho trascurato lasciandolo al logorio del tempo.
I miei pochi capelli cominciano a diventare bianchi ma non andrò dal barbiere per tingerli a nuovo.
Le rughe cominciano a segnare il viso e la pelle comincia a decadere. Ho realizzato molti progetti ma ne sogno tanti altri e spero di realizzarne, alcuni altri. La scrittura mi aiuta a sopportare e ad agonizzare lo scandire dei giorni. Ho pianto per le morti di parenti molto stretti e ho gioito per matrimoni e nascite.
Ho conosciuto molte persone e tutte hanno segnato la mia vita ed aiutato la mia voglia di essere uomo. Ne conoscerò delle altre ma...solo voi avete e potrete realizzarla ed inciderla a fuoco: voi due piccoli fanciulli che fino a qualche anno fa, avevate ancora bisogno dei miei abbracci, delle mie carezze e vi ho visto crescere con tanta caparbia, per volere essere anche voi, uomini.
Questa è l'unica cosa che effettivamente mi ha realizzato: essere padre.
Le cose parlano di noi. Tutte le cose parlano di noi, soprattutto dopo...parlano di noi. La mia, la vostra è un'attualità diversa ma inesorabilmente comune, quando rispolverando la Memoria, ti accompagna verso la conoscenza.
mercoledì 2 maggio 2012
sabato 28 aprile 2012
Sai, a volte riesco davvero a mettere una pausa alla mia vita e a pensare senza nessuno che mi disturbi
Certe volte, quasi sempre, sarà l'età, sento la necessità di fermarmi e di pensare. Il più delle volte lo faccio con lo sguardo fisso in un punto della stanza o in altro, nel vuoto.
L'altro giorno era il 25 aprile (in quel giorno papà andò) e camminavo nella casa dove ho trascorso 40 anni della mia vita. Sì, non proprio tutti ma sono più quelli che lì mi hanno attraversato che gli altri in altri luoghi, mi hanno solo scalfito. Pensavo, a quanta effimera sia la vita dell'uomo.
Basta un secondo per distruggere la storia di anni.
Sono passati 16 e 22 anni da quando voi siete stati estirpati dalla mia esistenza, uccisi dalle malattie più terribile che il genere umano abbia potuto prendere coscienza. Voi siete stati sempre attenti alla vita e a come condurla ma nulla è valso. Vi siete trovati ad attraversare un incrocio, dove il destino ha voluto cambiar strada e portarvi via.
Che strana la vita, prima ti lascia libero di agire e alla fine ti fa pagare per tutti gli sbagli.
La triste coincidenza è che per entrambi i casi, tornavo da uno viaggio di piacere ed ancora i sorrisi e gli amori, come i profumi, addosso. Quei ritorni non li dimenticherò mai e, in questi momenti che mi fisso a guardare nel vuoto, mi servono per averli con me e non li dimentico, non ho il coraggio di dimenticare.
La triste notizia piombò su di me come un macigno e quel "non c'è più niente da fare" detto dai medici, mi rintrona ancora nella mente, per sentenziare ai noi esseri vulnerabili, che la vita è uno schiocco di dita e niente più.
Mi avete lasciato a metà, tutte le promesse più difficili da mantenere.
Io all'inizio non ci riuscivo nemmeno a credere, non riuscivo a pensare che i miei cari erano finiti lì dove erano finiti.
Poi ho visto i fratelli che piangevano, fuori della camera dell'ospedale, che si stringevano forte quelle mani tra di loro, mentre voi, sui letti dormivate come angeli, destinati, in un futuro prossimo, a non aver più risveglio.
Erano gli unici riferimenti maschili e femminili in un modo burbero e se ne sono andati via in un batter di ciglia, lasciando a me lacrime, dolore e le loro canzoni, il loro tempo.
In quei momenti ho solo la testa affollata di pensieri, continuo a vivere di ieri e non mi abituo alla loro assenza e non uccido questa stupida esigenza.
Non riesco ad essere così forte come il "punto", lui riesce ad andare a capo, io no.
venerdì 27 aprile 2012
Fare con gioia
Ho compreso che ciò che rende lieta la vita e la sua quotidianità, non è fare le cose che ci piacciono ma trovare piacere nelle cose che dobbiamo fare.
Mettere un germe di passione e di amore e questo è un seme che trasfigura il puro e semplice fare. Siamo fortunati se nel nostro agire riusciamo a deporvi questa scintilla di gioia, di partecipazione, di creatività perché è solo così che il fare diventa, diciamo più umano e non è più una mera produzione. Alcuni sognano e costruiscono nelle loro menti, professioni esaltanti, senza vederne le difficoltà nascoste dalle apparenze, e quindi maledicono l'impegno che hanno di fronte, rendendolo in tal modo più gravoso.
E invece «l'amare il proprio lavoro - scriveva Primo Levi nel romanzo La chiave a stella 1978 - è la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti riconoscono».
Angoscia
Quando vedo amici, ma anche sconosciuti che stanno passando momenti di angoscia, il mio consiglio è uno solo: «Andate venti minuti in un cimitero, e vedrete che le vostre pene certo non svaniranno del tutto ma in larga parte sì». È molto meglio che andare dal medico; non ci sono medici per questo tipo di dolori, ma una passaggiata al cimitero è una lezione di saggezza, quasi automatica.
Che cosa vuoi dire a uno che è in preda alla disperazione profonda? Niente o quasi niente. In cimitero, invece, si capiscono le cose. Il solo modo di sopportare davvero questo genere di vuoto è avere coscienza del nulla, altrimenti la vita non è tollerabile. Ma se hai la coscienza del nulla, tutto quello che ti capita conserva le sue proporzioni normali e non assume le proporzioni folli che caratterizzano l'esagerazione del dolore.
Che cosa vuoi dire a uno che è in preda alla disperazione profonda? Niente o quasi niente. In cimitero, invece, si capiscono le cose. Il solo modo di sopportare davvero questo genere di vuoto è avere coscienza del nulla, altrimenti la vita non è tollerabile. Ma se hai la coscienza del nulla, tutto quello che ti capita conserva le sue proporzioni normali e non assume le proporzioni folli che caratterizzano l'esagerazione del dolore.
martedì 24 aprile 2012
Insonnia
Quanta soddisfazione bestiale, dopo innumerevoli notti bianche, il giorno dopo guardarsi allo specchio. L'insonnia la provo e la attendo tutte le notti. Voi, l'avete mai provata? Quella tortura? Quando invece di sopire e poggiare le tue membra sul letto ad accogliere il sonno, ascolti ogni istante della notte?
Esisti solo tu. Il tuo dramma diventa il primo assoluto nel mondo e nella storia, una storia senza senso, che non esiste, e senti le fiamme divampare in te, spaventosamente irriverenti e la tua esistenza è l'unica che ti appare e sola, in un mondo che c'è per portare a termine solo la tua agonia.
Avete mai provato questi momenti, infiniti come la sofferenza, per vederla poi riflessa, nello specchio, nel momento che vi guardate e notate solo l'immagine del grottesco?
Ma vi rendete conto se poi quella stessa immagine riportasse anche fedelmente tutta la tua sofferenza di dentro? Se cioè, traducesse tutto il tormento che hai dentro? Come potremmo poi conversare e parlare senza coprirci il volto con le mani, per la vergogna? Tutto sarebbe impossibile da sopportare se il nostro viso palesasse l'intensità dei nostri dubbi, sofferenze. Alla fine nessuno più avrebbe il coraggio di guardarsi allo specchio perché oltre al grottesco, in quell'immagine, si mescolerebbero macchie di sangue, piaghe sempre aperte e rivoli di lacrime irrefrenabili.
venerdì 20 aprile 2012
Scrivo, perché ho voglia di dire qualcosa.
Non Voler bene ma 'voler' 'bene'. Uno dice desìdero, ecco il desiderio è un grosso problema, se non desideri il bene. Io credo che la scrittura sia desiderare bene, ma non è una questione di passione, emozione, di voglia, questi li lasciamo agli sportivi, le lasciamo alle persone che hanno voglia di fare così, del pret a porter del bene. Io credo che il bene sia anche una questione di scavo, di ricerca, di andare a vedere cosa c'è dentro, cosa c'è oltre. Io non mi posso più accontentare, degli stessi codici, delle stesse leggi dello scrivere, non mi posso più accontentare di dare a te che leggi quello che tu vuoi ma quello che non ti aspetti che tu devi avere. Allora io devo essere posseduto, devo essere preso e portato lontano. Io non sono uno scrittore sono uno scritturato, io non sono un autore sono un autorizzato. Quindi sentirsi forse possessori della scrittura è male, e sentirsi autorizzati nella scrittura è bene.
Il bene e anche questo: quanto contiene la gente? Sapere essere capace. Cosa vuole dire essere capace? Capace vuole dire saper fare? Di cosa è capace un baule? Un baule non è capace perché sa fare ma perché contiene, allora noi dobbiamo contenere di più. E' il tema di voto di vastità che si deve fare nella scrittura. Noi non possiamo più essere così piccoli: abbiamo manie di grandezza ma non la grandezza. Allora io ho bisogno di creare, non di creatività, che lascia il duplice ideale ma il bisogno di creare. È quello andare a vedere quello che non c'è, l'inconcepibile, l'inaudito, l'incommensurabile, l'impensabile, non possiamo più accontentarci. Noi tutti ci accontentiamo perché abbiamo una paura viscerale di perdere il controllo. C'è il male che è il potere e c'è il bene che è la potenza, potenza energia. Il potere è comando, dominio. La potenza è energia, è esplosione, è elettricità, è luce, uno scrittore deve muoversi nella luce deve muoversi anche in quello che io chiamo energia incontrovertibile, infinita. Non la puoi controllare ma è chiaro che quella mi fa paura ma quella è una paura sana. Il problema è che noi abbiamo bisogno di riconoscerci nei personaggi, abbiamo bisogno di dire 'è successo a me' abbiamo bisogno di esser noi che sappiamo. Invece bisogna, alle volte, renderci conto che c'è un altro, c'è un altrove, c'è un 'noi', io alla 'n' un numero infinito di volte. Se tu giri la parola noi ( IO N ) è un mio infinito all'ennesima potenza. Il problema è questo, allora quando c'è il male deve essere il male nostro, (se non lo capiamo noi non c'è male), se moriamo noi o qualcuno vicino a noi capiamo ma se succede a qualcun altro, chi è l'altro? Allora lo scrittore è anche l'altro lo scrittore ha questo male, questa malattia, che è anche l'altro che non è solo l'immedesimazione ma il prender parte, p apostrofo arte. Non essere avvenenti ma avvenire, non fare successo ma far succedere.
Le parole sono tutte porte che noi pretendiamo di sfondare ma invece vanno aperte, addirittura certe volte vanno talmente aperte che non vedi nemmeno più la porta.
Tu non ti controlli più, non sai chi sei.
Io sono posseduto dalla parola e lo ha deciso la parola. Io non gioco con le parole sono le parole che giocano con me. Nessuno di noi gioca con niente, è quell'apparente niente che viene da noi e ci prende.
Io se non scrivessi, di fare l'attore della mia vita, mi interesserebbe molto molto poco, ed è iniziato tutto a prescindere da me.
Non è che tu decidi le cose, non si decidono. Tu puoi sentirne la frequenza: come un antenna capti quell'onda e vai. E non è neanche il caso, perché il caso non esiste, è una forma di caos. So che queste cose possono fare pesantezza, sono complesse. il tema è che noi a forza di non complesso, di semplice, veniamo uccisi. L'innocuo è veramente mortale, il poco, il corto sono cose che possono uccidere. Intrattenere, distrarsi, i mezzi di distrazione di massa non sono così semplici, l'andare a vedere un film è per distrarsi, leggere un libro per distrarsi, andare a teatro per distrarsi, questa è una delle bestemmi più grosse che si possano dire. E' come chiedere ad un comico qual è la materia della propria scrittura.
Invece io quello che vedo lo scrivo.
("ringrazio i politici perché mi danno questa materia" questa è la più grossa bestemmia che uno scrittore possa avere detto, cioè credere che qualcun altro gli possa dare la materia).
Il tema è questo: non dimenticare mai la base. E' il tema umano. Io sono stanco, un po', del tema umano. E' la guerra umana, la violenza è umana, certa politica è umana, certa televisione è umana, io passerei al sovrumano. Come è possibile non tenere queste due facce, come è possibile? Il tema è quello della sovrumanità. Poter arrivare ad una grandezza ma non da mania di grandezza ma da larghezza. Io credo che ci siano piste di atterraggio troppo corte oggi nell'umano. Guarda il tema della morte, della vita, del dolore, della colpa, atterrano, non trovano uno spazio talmente lungo da poter atterrare e poi si schiantano in fondo alla pista o ritornano a volare via. Dobbiamo allargare le piste del pensiero e non lo possiamo più fare solo umanamente ma dobbiamo passare al sovrumano.
(l'arte non è solo nei musei, l'arte lavora anche dentro l'anima, come spiritualità artistica dell'anima. Me la fate dire questa parola 'Anima' senza parlare di religione? O di sport, 'mettici l'anima'?)
La lingua e le parole
Il problema della lingua è un problema carraio. Cioè non ci vuole niente davanti. Bisogna che esca, che fuoriesca, poiché la lingua non è che la punta dell'iceberg che tutti noi vogliamo vedere ma non guardiamo mai cosa c'è sotto, tutto il territorio che è esistente sotterraneo: il pensiero. E insieme, anche a quello dell'immaginazione. C'è un filo che noi abbiamo, dei fili che sono collegati a quello che è l'immaginario. Ecco, che allora, a me diverte poter andare a scavare speleo-logicamente in alto, scavare in alto. Questo oltre, è il mio scavare in alto e in altro. Non riesco più a seguire i codici della parodia, della imitazione, recitazione, non riesco più a seguire i codici del pensiero comune, anche perché ormai è quasi liso, bombardato e io ho bisogno di andare altrove. E' la legge dell'altrove.
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