martedì 22 novembre 2011

CAZZATE

Mi rendevo conto che procedevo inesorabilmente, perdutamente e senza nessun orizzonte. Un andare errando senza meta, con l'unica consapevolezza di esserci ma non partecipare.

Mi crucciavo ogni giorno nel chiedermi: quanto ancora sarebbe durato questo leit motiv?
Ma non serviva a un cazzo rimuginarci sopra, anzi era come darsi delle manganellate sugli stinchi. Alla fine ti infliggi le più ignominiose sentenze.

Un percorrere la strada senza aver modo di soccombere ad un semplice incontro.  Le strade sono tutte piene di gente che cammina ma nessuna di esse ha la dedizione all'incontro. Eravamo tutte comparse all'interno di un film con un budget molto basso che rasentava il fallimento.

Forse se non ci avessi tanto pensato su, l'avrei fatta franca prima ma il carattere è quello che è e non si riesce più di tanto a contrastarlo. In fin dei conti era solo paura. Paura di non riuscire ad attraversare il guado, a vederci chiaro.

La mattina era molto fredda. Non riuscivo ad alzarmi e lo stesso letto mi allietava con le sue lenzuola di flanella calde e profumate. Il sole faceva capolino tra le fessure delle persiane, in quella stanza della mansarda. Sentivo i contraccolpi del cuore! Tutto sommato quel tepore che mi dava il sole, mi concubiva e rigettava l'idea di buttarmi sotto la doccia.

Non so perché ma la signora Gaia mi aveva fatto capire in tutti i modi che l'assegno lo dovevo consegnare  a Mila nel momento in cui mi veniva a portare la colazione in camera. Io ero felice di questa sua visita ma sinceramente non né potevo più di tale affronto anzi avrei preferito che gli altri mi dicessero, senza urlarlo, che forse, avevo una delle ragioni dalla mia parte. Ma non tutte le ragioni potevano essere in ragione di una vanità.
La strada era di ghiaia e il caffè sapeva a mala pena di caffè.

E così, uscire da quella porta, era l'unico vero obiettivo. Sentivo le pareti che si piegavano su di me al mio passaggio, come se mi volessero accompagnare all'uscita. Il soffitto si sgretolava e piovevano calcinacci.

In cucina, Mila, cercava di incontrare i miei occhi ma io, timido, li abbassavo non appena ne avevo il sentore. Che coglione. Non vedevo altro che Lei, eppure era inversamente proporzionale alla mia volontà.

Ma cavolo mi ero proprio stufato di rigirarci attorno. Eppure, non operavo nessuna scelta.
Volevo a tutti i costi guardare e pazientare. Una eventuale sua scelta, se l'avesse voluta prendere, sarebbe stata per lei la sua disgrazia. Sempre così. Sono talmente scontato che quasi mi faccio schifo. Attendo che gli altri o la sorte faccia il primo passo come se sapessi già che dopo, si il dopo, viene a mio favore. Convinto di questo da sempre. La pazienza non mi è mai mancata anzi la ritengo una mia forza. A volte la cosa mi fa girare le palle ma sempre, poi, mi ci ritrovo impantanato. Altre volte invece scatto con la voglia di reagire e lo faccio. Ma lo volete sapere perché lo faccio? Semplice perché già qualcuno ha fatto il primo passo e io non faccio altro che proseguire un percorso che è già iniziato. Si lo so sono fatto male ( per me sono fatto bene) ma sono così. Anche ora in effetti non prendo decisioni, non opero scelte. Sono completamente in mano alla sorte per come essa vuole operare e io, fiducioso, la seguo. Fondamentalmente sono di un ottimismo snervante e non mi piego neanche se il mondo crollasse all'istante. Sono talmente  temperato, che non mi preoccupo di nulla e tutto mi scivola, senza scalfirmi.
Posso dirvi con molta semplicità che se ripenso a tutto quello che ho attraversato, c'è veramente da ... beh trovatelo voi un aggettivo all'altezza, io ne sono sprovvisto.

Andar per la via, così come a stento andar per lo campo e non poter nulla per il ribollir del sangue. Così agli gnudi occhi, il mio sud come appar al tanto agognato nord. Non so perché ma il nord per il mio cuor è l'ottimismo e il sud l'erotismo. Gli altri due estremi poco contano nel senso della vita.

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