venerdì 6 luglio 2012

Rinascita...



...A tutte le donne che sanno riconoscere la loro Natura Selvaggia

Ero un’esteta più che un’atleta e il mio unico desiderio era di essere un’estasiata vagabonda. Alle sedie e ai tavoli preferivo la terra, gli alberi e le caverne, perché là io sentivo di potermi appoggiare alla guancia di Dio. […] I fuochi dovevano essere accesi nel bosco di notte, e le storie dovevano essere raccontate lontano dalle orecchie degli adulti. Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Quando dissotterrai delle «perle indiane», trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima. Appresi la sacra arte dell’ornamento adornandomi il capo con delle manaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde smeraldo come braccialetti. Una lupa uccise il suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione. Il loro solletico quando mi passeggiavano sul braccio m’insegno come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva. Arrampicandomi sulla cima degli alberi appresi come il giorno avrebbe potuto essere il sesso. […] Così come tante donne prima e dopo di me, ho vissuto la mia vita come una creatura travestita. Come amiche e parenti, mi sono pavoneggiata barcollando sui tacchi a spillo, e ho indossato l’abito buono e il cappello per andare in chiesa. Ma la mia favolosa coda spesso spuntava sotto l’orlo e le orecchie si contraevano tanto da farmi ricadere il cappello sugli occhi. Non ho dimenticato il canto di quei giorni oscuri, hambre de alma, di fame dell’anima. Ma neanche ho dimenticato il gioioso canto hondo, il canto profondo, le parole che tornano a noi quando facciamo opera di rivendicazione con l’anima.

Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estès

giovedì 5 luglio 2012

È SERA

Non c'è nessuno in casa,
tranne il crepuscolo.
Inaspettatamente t'immaginerò
e scorrerà il tremito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.
Tu apparirai sulla soglia,
indossando qualcosa di bianco
senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.

giovedì 28 giugno 2012

Ah, l'Amore!

Non è diverso, né per me e né per te. L’unica ossessione che vogliamo tutti: l‘“amore”.
E credere che basti innamorarsi per sentirsi completi. La platonica unione delle anime. Anche se siamo già completi al nascere, prima di cominciare.

E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.

sabato 23 giugno 2012

Sai, nell'infanzia si gioca a campana con un sassolino, che bisogna spingere con la punta del piede. A campana, servono un marciapiedi, un sassolino, una scarpa e un bel disegno fatto col gesso. E' difficile centrare con il sassolino il disegno ma a poco a poco acquisisci le capacità necessarie e allora si va avanti. Arriva un giorno che riesci a lanciare il sassolino al cielo talmente bene che mentre tu riesci a farlo,  e gli altri intrepidi cercano di eguagliarti, finisce l'infanzia. Cadi nell'angoscia, nei romanzi, nelle speculazioni dell'altro cielo a cui vuoi arrivare e nella corruzione. E si dimentica che, a causa della fine dell'infanzia, per raggiungere il cielo serviva un sassolino e la punta di una scarpa.

A te!

mercoledì 20 giugno 2012

Mi ritraggo e mi scompongo, d'altra parte è tutto così insufficiente per un proporsi a nuovi stimoli.
Sono io, giaccio, di adorno e complesso, incespico in un andirivieni di porpora soave.
Pensare di soccombere su sterminati avversi momenti, da non veder la luce.
Un sorriso poi all'improvviso, che infrange il bianco cristallino e la sofferenza scompare, così come per incanto.
L'alba del momento.

Tenebra


Forse sarò tenebra
Forse sarò foresta,
sarò buio che appesta
ma chi non avrà paura,
troverà pendii di prati in fiore,
sotto i miei cipressi.




venerdì 1 giugno 2012

Ma tu lo sai...


Ma tu lo sai cosa c’è di vero in quel che io ho da dire e detto?
No, tu non lo sai, anzi t’illudi di aver capito la più ben minima parola di tutte le parole intrecciate, in quel abisso di parole gettate.
Tu forse hai provato a raccoglierle a tenerle in mano,
provato a stringerle e a sentirle tue.
Ma nulla di fatto e nulla sarà, poiché, come se stringessi sabbia tra le mani e la stessa defluisca dalle fenditure, ti rimarrebbe solo la tua pelle, appiccicata alla tua pelle
e poi…il nulla di tutto il detto.
Ma tu lo sai cosa c’è di vero e quanto ho ancora da dire e da gettare nell’abisso del detto?
Sì, forse sai cosa la mia anima ha da dire
e forse comprenderai che qualcosa è successo
in quello svuotato e deserto aspetto.
Se mi potessi vedere, riconosceresti il pallore in viso e quanto in quel momento il corpo la comprende.
Quel timore improvviso, venuto dal nulla,
che cresce in noi a conferma del nostro sradicamento
e solo in ultima istanza appartenere a ciò che diciamo anima.
Che forse l’immane cuore ha sofferto e di lì a poco s’è rotto, in tanti pezzi che a ritrovarli passeresti mille e mille anni di abbandono.
Forse proverai a capire e la creatività ti coinvolgerà,
da proporti e riproporti.
Hai provato a bucare, perforare lo strato delle apparenze che ci separa dall’essenziale.
Cerchi anche tu la verità. E’ un compito irrealizzabile ma ha più fascino di una meta accessibile.
Ho trascinato pian piano come una lumaca a lasciare la scia, con modestia, applicazione e, in fondo con indifferenza… nella voluttà tranquilla e nell’anonimato.