A L'Aquila, nella zona rossa, devi ascoltare le mura come urlano la loro tragedia, i ricordi, la paura, la sofferenza. E allora ti accorgi come la stessa tragedia è ancora lì, tra le macerie. Ogni mattone ha le sue lacrime, il suo sangue. Ma non hai bisogno di fantasia per immaginarlo, lo vedi e lo senti come in un teatro.
Nelle case sventrate, vedi la perfetta scenografia di quegli attimi terribili.
Nelle case sventrate, vedi la perfetta scenografia di quegli attimi terribili.
Vedi gli indumenti ancora appesi alle grucce, gli armadi rimasti in bilico tra un piano e l'altro, le coperte penzoloni a quel letto di chi è riuscito a fuggire o chi non ce l'ha fatta ed è rimasto sotto. Vedi quei lacci di scarpe ormai sudici, incementati, o le pantofole di quella nonna che l'età ha tradito nei suoi movimenti. Poi vedi la polvere, ostinati segni del tempo che passa, che ricopre tutto con un velo di bianco, come se volesse nascondere la povera L'Aquila, vergognosa e fragile e la stupidità umana, che l'ha ridotta in quell'ammasso di macerie.
Quando ti trovi a L'aquila devi fermarti e ascoltare come urla quel silenzio.
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